Verso Sparta

Dicono che per sviluppare l’intelligenza creativa ci si può esercitare con la sinettica, ossia trovando una relazione tra concetti che non c’entrano niente l’uno con l’altro. Ad esempio: pensiamo a una gara di ultra-running, di quelle che non finiscono più, in cui non si dorme e non si mangia ma si marcia per ore e ore, km e km… cosa c’entra un panettiere? C’entra, perché la realtà alle volte è più sorprendente della fantasia, e si chiama William Da Roit. E’ un panettiere tutto particolare, che da più di quarant’anni corre, va in bici, fa paracadutismo, scia, fa gare in tutto il mondo, spesso anche arrivando sul podio, senza mai usare parole come “eroe”, “coraggio”, “rischio”, ma piuttosto “sogno”, “passione”, e un’altra, bellissima: “divertimento”. William, quando hai cominciato a “divertirti” in questo modo? Avevo 12 anni, e leggevo Jack London. Poi ho scoperto che c’era un uomo vero che viveva delle avventure incredibili, si chiamava Reinhold Messner e saliva gli Ottomila senza ossigeno… Un giorno a Belluno l’ho visto dal vivo, quell’uomo; era enorme, e gli ho pure sfiorato una spalla. Mi sembrava un segno: ero destinato a conquistare anche io gli Ottomila. Ed ecco che un pomeriggio, mentre mia madre e mio padre riposavano, ho preso il mio zainetto, ci ho messo dentro un panino e un paio di guanti e sono scappato dalla mia casa nell’agordino. Destinazione: Himalaya. Dopo due km ho trovato un bivio. Mi sono fermato e ho chiesto informazioni a un passante. “Scusi, da che parte è l’Himalaya?” “Vieni con me che ti accompagno”. Il signore mi ha portato a un distributore di benzina, dove dopo 5 minuti è arrivato mio padre con il furgone del pane. Nessun rimprovero, mentre si ritornava a casa, solo una tappa in cartoleria. L’ho ancora qui con me l’Atlante geografico De Agostini che mi ha regalato. Ti è servito quell’Atlante? Moltissimo. Intanto ho scoperto che prima dell’Himalaya potevo puntare alla Marmolada, una meta un po’ più concreta, e a 16 anni sono partito in bici con degli amici per raggiungerne la vetta. Non sono riuscito a salire nemmeno lì, per la verità, perché c’era troppa neve, ma alla mattina abbiamo toccato l’acqua della laguna di Venezia, e al pomeriggio la neve della montagna. Lì ho scoperto che potevo viaggiare, mi sono gustato paesaggi, colori, profumi… con 10.000 lire in tasca. E non mi sono fermato più. Facci sognare con le tue avventure più belle. Oddio, è difficile fare una scelta. Ho corso nel deserto, in Islanda, in Scandinavia, al caldo e al freddo, e ho fatto anche delle maratone classiche, gare da persona normale. Ogni due, tre anni parto. Nel 2017 sono andato in Marocco con Marco Olmo, per allenarmi nel Sahara, in ottobre ero in Islanda per la gara a tappe, un’esperienza incredibile in un posto magnifico e selvaggio, ho corso sul ghiacciaio, sul vulcano, sul canyon, sulla spiaggia nera. Sono arrivato secondo, e ho vinto un viaggio in Baja California, così il mese dopo ero dall’altra parte del mondo a correre tra montagna e mare, in scenari da Bud Spencer e Terence Hill e con delfini e balene. Poi ancora Sahara, questa volta in Tunisia, 100 km, sono arrivato tra i primi dieci – va beh, ma questo non ha importanza. Correndo tra storia e natura… Sì, mi piace molto conoscere la storia dei luoghi e il perché delle competizioni a cui partecipo. Ad esempio mi ha molto emozionato la Spartathlon, una gara di 245 km che dall’acropoli di Atene arriva a Sparta. Nel 490 a.C. gli ateniesi vinsero la battaglia di Maratona contro i persiani, e Filippide corse fino ad Atene ad avvisare della vittoria. La annunciò… e morì. Tutti conoscono questa storia, che ha dato il nome, appunto, alle maratone di 42 km (la distanza tra le due città greche). I greci usavano le persone anziché i cavalli per mandare messaggi a lunga distanza. I cavalli infatti hanno bisogno di biada e riposo, gli uomini sono molto più resistenti, e possono correre anche sulle strade più impervie. Li facevano studiare, questi “messaggeri”, li alimentavano bene, e avevano una specie di passaporto diplomatico che faceva da lasciapassare. Filippide, quattro giorni prima della battaglia di Maratona, venne spedito da Milziade a chiedere aiuto agli spartani. Da Atene a Sparta la distanza è di 245 km. Quando Filippide arrivò, scoprì che in quei giorni si tenevano dei festeggiamenti e le armi erano deposte. Ripartì quindi di corsa (altri 245 km) per avvisare gli Ateniesi che da Sparta non sarebbe arrivato alcun aiuto. Insomma, quando fece la “maratona” che lo rese famoso, aveva sulle gambe altri 490 km… In suo onore, è nata la Spartathlon. E, volendo, c’è anche la Filippide Run: Atene-Sparta andata e ritorno. Dopo tutte queste avventure, c’è ancora qualcosa che sogni? In verità sì, un maratahon challenge organizzato dagli americani: 7 maratone in 7 giorni in 7 continenti. Aereo, cambio continente, altri 42 km e 195 metri, aereo, cambio continente… e via così. Polo Sud, Africa, Perth in Australia, Dubai in Asia, Madrid in Europa, Marrakech in Africa, Miami in America… Costa come un’automobile, ma deve essere incredibile. Come fai a coniugare questa passione con la tua quotidianità di panettiere? Gli atleti hanno tre problemi: la privazione del sonno, il caldo e l’allenamento. IO da panettiere non dormo da una vita, sono abituato. Il mio forno tiene una temperatura minima costante di 30 gradi. E quanto all’allenamento, mi piace, e ogni giorno, da quei miei 12 anni (ne ho 53) trovo sempre almeno un’ora, un’ora e mezza al giorno per correre. Poi vivo in montagna, posso scegliere tra roccia, prati, boschi… sono fortunato. E pensa che ho anche una moglie e due figli! ___ Se fosse possibile mettere a parte, non integrata nell’intervista, ma tipo in un box, questa sua “dichiarazione spontanea”, credo sarebbe carino: “Il filo (mai termine fu più azzeccato) conduttore di tutte le mie avventure sono le calze Elbec, Conosco Federico Sordini, abitiamo vicini; me le ha fatte provare una volta e da allora le uso davvero in ogni circostanza: al caldo come al freddo, per la mia corsa quotidiana e nelle gare più lunghe. Non è piaggeria, non sono parole di circostanza: venite a controllare, le ho sempre addosso per davvero”.
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