
Il tema della tracciabilità nella produzioni di prodotti che hanno catena di approvvigionamento (supply chain) lunghe e globali è sempre più di attualità.
Catene lunghe e spezzettate non permettono di avere una visione completa su tutti i passaggi della filiera generando confusione riguardo alla ricostruzione del percorso dalla materia prima, ai luoghi di assemblaggio e trasformazione oppure sulle condizioni di lavoro. Il problema della mancata tracciabilità ormai è un’urgenza impellente alla quale bisogna rispondere grazie alla maggiore consapevolezza del consumatore finale su quello che è “sostenibile” e quello che non lo è.
(si potrebbe discutere a lungo se questa consapevolezza sia indotta dai produttori o nasca da una reale sensibilità verso la propria salute e quella dell’ambiente ma il discorso si farebbe molto lungo e affronteremo il tema del “green washing” e del senso di colpa creato nei consumatori in futuro)
“Tracciabilità” e “trasparenza” alla stregua di “sostenibilità” e “responsabilità” sono diventate parole utilizzate così spesso, da portarci a perderne il significato trasformandole in suoni vuoti di senso al pari di un “mantra”
Una ricerca del 2019 effettuata dal Ministero dello Sviluppo segnalava che solo il 5,3% delle aziende del settore tessile e dell’abbigliamento avevano coscienza diretta ed approfondita di cosa fosse una filiera tracciabile.
Oggi nel 2021, tre anni dopo, quando il prezzo della lana ha iniziato a crescere di mese in mese, la produzione è diventata insufficiente alla domanda, la Cina ha preso in mano la quasi totalità della trasformazione e della filatura della lana asiatica ed oceanica e buona parte di quella mondiale, il tema della “tracciabilità” (forse anche per opporsi al grande monopolio asiatico) è diventato impellente.
Le certificazioni sono tante e spesso discordanti fra loro ma forse quella che al momento sta emergendo sulle altre è quella di RWS (Responsible Wool Standard). Senza entrare nel dettaglio di come vengono rilasciate queste certificazioni (noi siamo certi che i controlli siano reali e puntigliosi) quello che deve attirare l’attenzione è che si tratta di certificazioni estremamente onerose.
Noi di ELBEC ad esempio utilizziamo molto spesso lane certificate GOTS (Global Organic Textile Standard) oppure RWS da organi internazionali o dall’ICEA ( Istituto Certificazioni Energetiche e Ambientali - come nel caso dei filati realizzati in Italia), ma non siamo mai riusciti ad avere queste certificazioni anche sui nostri prodotti perché il costo economico da sostenere per la nostra piccola azienda artigiana è insostenibile anche se siamo certi che riusciremmo ad ottenerli con facilità (dal punto di vista procedurale rispettiamo tutti gli standard).
Quindi per riassumere da un lato abbiamo una sempre maggiore attenzione verso il controllo della filiera globale (il MISE Ministero dello Sviluppo Economico punta su un sistema di tracciamento dei filati basato sulla blockchaine – la stessa delle criptovalute per capirci - che avrebbe come risultato quello di alzare in maniera esponenziale i costi delle certificazioni e quindi dei prodotti ) e le certificazioni che ne attestano la veridicità ma dall’altro imponiamo costi elevatissimi per ottenerle favorendo le aziende più grandi e più difficili da controllare.
Gli organi di certificazione interna avranno sicuramente maggiori difficoltà nel verificare tutti i passaggi della merce della filiera in una multinazionale che opera a livello internazionale in paesi con diverse normative e standard, rispetto ad una piccola azienda che opera con collaboratori di prossimità.
In cammino sulla strada della sostenibilità
Cucciolo di mastino abruzzese in allerta
Pecore merinizzate abruzzesiQuando abbiamo iniziato a realizzare le nostre prime calze in pura lana merinos per le attività in montagna eravamo in pochi ad utilizzare questo pregiatissimo filato perché la maggior parte delle aziende outdoor preferiva utilizzare filati sintetici più resistenti e più duraturi ma soprattutto molto più economici e facili da lavorare. Poi è scoppiato lo scandalo delle microplastiche!
Per noi utilizzare la lana merinos comportava il fatto di essere certi che i nostri fornitori non acquistassero lana da allevatori Australiani oppure Neozelandesi che praticassero i MULESING. La nostra ricerca iniziale si è quindi orientata verso produttori di filati che ci assicurassero che la lana non provenisse da allevamenti in cui tale pratica era in uso.
Poi siamo passati controlli e a certificazioni ancora più complesse ed attente agli animali ma anche agli operatori e all’utilizzatore finale. La certificazione GOTS assicura che la lana provenga da allevamenti biologici più tutta una serie di standard di protezione animale come quelle del protocollo ZQ fiber.
La certificazione GOTS inoltre assicura che il prodotto non sia mai venuto a contattoconi sostanze chimiche e il fissaggio del colore non viene effettuato con prodotti a base di cloro sempre molto impattanti sull’ambiente. Insomma diciamo che al momento il certificato GOTS per noi è quanto di più affidabile ci sia in materia di sostenibilità.
Però parlando di sostenibilità non possiamo esimerci dal fare due considerazioni di carattere generale che deve per forza di cosa esimere dal prodotto specifico.
La prima è l’estrema difficoltà per i consumatori ma soprattutto per noi produttori di avere informazioni relai ed affidabili sugli impatti di un prodotto o di un determinato processo produttivo sull’ambiente. Esistono pochissimi studi imparziali che comparino in modo onesto prodotti alternativi o processi alternativi.
La seconda è il buon senso: ad esempio se adesso tutte le aziende di outdoor e non solo, che operano nell’abbigliamento, sono alla ricerca di lana di altissima qualità è chiaro che si sta generando una domanda enorme a cui il mercato non riuscirà a rispondere e ciò non può essere sostenibile!
La nostra preoccupazione è che ci siano nazioni forse culturalmente meno attente di altre ai temi ambientali che approfitti di questa domanda per abbassare gli standard qualitativi e di rispetto ambientale ai quali si era arrivati con tanta difficoltà.
Inoltre resta di grande attualità il tema della Valutazione del Ciclo di Vita ( Life Cycle Assessment) di un prodotto quando si parla di sostenibilità. L’intera vita del prodotto dal reperimento dei componenti al fine vita impone di includere tutta l’energia utilizzata e tutto il Co2 emesso durante l’intera fase di produzione, utilizzo e dismissione del prodotto.
E’ evidente in questo caso che se il filato viene prodotto a migliaia di chilometri di distanza, inviato in un’altra nazione (magari poco attenta all’ambiente) per le fasi più delicate di lavaggio e sbiancamento, Poi ritorna nel luogo di origine per essere commercializzata in fiocchi, poi trasformata in da una aziende tessile in europa, inviata nuovamente in asia per le tinteggiature, etc.
La filiera lunga insita nel modello globale è di per se insostenibile o per utilizzare un eufemismo “poco sostenibile”.
Sucido in attesa di essere selezionato
Lavaggio matasse filateNell’ambito del progetto della manifattura diffusa, in cui ELBEC realizza accessori in lana realizzati a mano grazie al lavoro di tante donne che partecipano al progetto in Dolomiti, abbiamo deciso di intraprendere un nuovo percorso alla ricerca di una produzione realmente sostenibile.
Grazie all’incontro di professionisti del settore estremamente capaci ELBEC ha deciso di controllare interamente la filiera lana dei suoi prodotti partendo dall’animale al prodotto finito.
Il controllo di tutta la filiera ci permette di avere una tracciabilità vera e completa che in questo caso non è certificata da nessun ente abilitato ma che noi sappiamo essere vera e trasparente per chè si basa sullo stretto rapporto di uomini e donne che lavorano nel settore, che si conoscono e che parlano la stessa lingua.
Come? Riducendo la lunghezza della catena di approvvigionamento; favorendo cioè quello che i tecnici chiamano Filiera Corta (Short Suplly Chain). Questa per noi è l’unica soluzione reale!
La nostra lana proviene dagli aspri terreni di montagna dell’Abruzzo e del Molise sino al Nord della Puglia dove le pecore di razza Merinizzata trovano pascoli pressoché sconfinati e ricchi di fonti naturali di cibo lungo il cammino di transumanza un tempo conosciuto come Tratturo Magno.
Le pecore trascorrono i mesi estivi sugli alpeggi mentre quelli invernali li trascorrono al riparo in stalle spaziose. La loro alimentazione durante l’inverno è a base d’erbe secche e prodotti naturali.
Come vuole la tradizione, le pecore vengono tosate rigorosamente a mano, una sola volta all’anno in primavera da una cooperativa italiana estremamente abile ed attenta che sa trattare con il massimo rispetto gli animali evitandogli inutili complicanze durante un’attività delicata per la salute dell’animale.
I velli raccolti vengono selezionati da abili professionisti qualificati capaci di effettuare una prima cernita in base alla lunghezza e alla finezza del pelo come ad esempio Aquilana che sta lavorando da anni sul rilancio delle razze autocnone da lana con risultati eccellenti.
La scelta di operare solamente con piccoli allevatori legati al proprio territorio è volta a promuovere gli allevamenti locali ed estensivi ed assicurare la sopravvivenza delle piccole aziende
Questa scelta è motivata dal fatto che siamo certi che piccoli allevamenti legati al territorio in cui operano hanno impatti minori sull’ambiente semplicemente perché il loro approccio deve essere sostenibile e non può essere predatorio nei confronti dell’ambiente per assicurare la continuazione della propria attività.
Con questo sistema vengono raccolte direttamente dai produttori poco più di 10 tonnellate annue di lana da allevamento etico e locale per una produzione di selezione di eccellente qualità che speriamo di contribuire a far crescere nel tempo.
Matasse nei bagni della tinteggiatura industriale
Matasse asciugano al sole dopo la tinteggiatura manualePer il lavaggio, la degiarratura, la cardatura e filatura stiamo percorrendo due strade distinte.
Una prima strada è quella di tutelare e valorizzare la filiera artigianale e prevede di avvalersi di piccolissime aziende tessili artigiane che operano nel nostro territorio. Questa scelta ovviamente implica tempistiche e costi che spesso ci portano ad avere prodotti fuori mercato, ma stiamo cercando di trovare un giusto equilibro che renda questa strada sostenibile economicamente anche dal nostro punto di vista.
La seconda strada è quella più tradizionale di inviare i velli direttamente nel polo italiano di trasformazione biellese e affidarci ad aziende più strutturate che nel rispetto delle normative ambientali italiane in materia di emissioni lavano, filano e tingono la lana.
Le balle di lana partono quindi dal centro Italia verso queste destinazioni del nord Italia dove vengono lavate solamente con acqua e soda. Non viene fatto nessun trattamento di finissaggio per renderla lavabile in lavatrice
ATTENZIONE tenersi forte, non viene aggiunto nessun filato sintetico all’interno dei nostri filati!. Stiamo parlando di un vero 100% lana vergine.
Forse non tutti sanno infatti che per legge la definizione di 100% Lana Vergine può essere applicato a tutti quei filati realizzati con lana vergine con aggiunta di poliammide oppure poliestere purché inferiore al 7% del peso totale!
Diciamo che il 100% lana vergine in Italia potrebbe anche essere un 93% ma il consumatore non saprà mai la composizione reale! Vi invitiamo a prendere un microscopio e guardare i nostri berretti realizzati con lana italiana merinizzata e verificare l’esattezza del nostro 100% lana di cui siamo estremamente orgogliosi!
“Una parte delle matasse prodotte verranno tinti in maniera artigianale a mano direttamente da noi con prodotti naturali raccolti direttamente qui i dolomiti, altre con metodi industriali OEKO standard rispondenti alla normativa italiana che dobbiamo riconoscere tra le più severe in materia di protezione dell'ambiente.”
Come accennavamo all’inizio di questo articolo i filati di lana italiana merinizzata sono al momento utilizzati unicamente nell’ambito del progetto Manifattura Diffusa di Elbec per la realizzazione di fasce e berretti in lana.
Il progetto di Manifattura diffusa prevede la realizzazione di prodotti fatti a mano dagli abitanti della nostra valle nel cuore delle Dolomiti in Veneto. L’obiettivo del progetto è la creazione di una produzione artigiana locale, il rilancio delle tradizioni di montagna e la redistribuzione di piccole risorse integrative al reddito.
Se vuoi maggiori info sul progetto Manifattura Diffusa di Ebec puoi trovarle sul nostro BLOG oppure puoi cliccare sul link.
Berretti in lana merinos fatti a mano in lavorazioneAnche se con notevole difficoltà stiamo portando avanti il progetto di Filiera Corta Tracciabile e questo progetto ci sta dando grandissime soddisfazioni offrendoci la possibilità di entrare in contatto con realtà, ambienti e culture diverse anche se unite tutte da un filo (di lana) conduttore!
Noi crediamo che sia realmente possibile produrre in modo sostenibile anche se il mercato globale si oppone fortemente. Il mercato si oppone perché le filiere lunghe e il modello di sviluppo attuale non sono sostenibili e sostenere il contrario è possibile solo attraverso la propaganda del "green washing".
La maggiore complessità che si incontra operando sul locale ed in modo più tradizionale hanno l'effetto di alzare i costi di produzione con il rischio di avere prodotti economicamente poco competitivi rispetto a quelli prodotti da chi ha scelto di delocalizzare producendo altrove.
Non sappiamo come andrà a finire ma ci piace credere che un mondo che produce in modo sostenibile sia realmente possibile. La formula è probabilmente sempre la stessa:

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