
L’avevamo incontrato quand’era reduce dall’Islanda, attraversata a piedi da nord a sud: un viaggio di 450 chilometri, percorsi in totale autonomia. Da allora sono passati tre anni e Daniele Matterazzo non ha mai smesso di inseguire faticose avventure, all’insegna della sfida e della fatica, ma con uno sguardo sempre rivolto alla solidarietà. L’ultima l’ha condotto, un mese fa, sulla vetta dell’Ojos del Salado, in Cile: con i suoi 6.893 metri, il vulcano attivo più alto del mondo. Lo abbiamo intervistato per farcela raccontare.
Daniele, dove eravamo rimasti? Come sono trascorsi questi ultimi anni?
Dopo la traversata del 2023 in Islanda — quando ho percorso a piedi l’intera nazione da nord a sud — il richiamo delle terre nordiche si è fatto risentire prepotente già l’anno successivo. Nel 2024 infatti è stata la volta della Groenlandia, lungo l’Arctic Circle Trail: un antico e remoto percorso utilizzato per secoli dalla popolazione semi-nomade degli Inuit che attraversa per centinaia di chilometri tundra selvaggia, laghi e silenzi profondi. Da lì è nata poi l’esigenza di provare nuove prospettive sportive così ho deciso di dedicare il 2025 alla preparazione fisica e agli allenamenti, con l’obiettivo la partecipazione all’Ironman 70.3 a Cervia: una competizione di triathlon su lunghe distanze in cui ho gareggiato volutamente con atleti normodotati nelle tre discipline del nuoto, del ciclismo e della corsa.
Ojos Saldado Expedition @archivio D.Matterazzo
Ojos Saldado Expedition @archivio D.MatterazzoQuest’anno invece un ritorno alle terre più selvagge. Com’è nata l’idea di affrontare l’Ojos del Salado?
L’idea in realtà era già da tempo nel cassetto. L’Ojos l’avevo scoperto quasi per caso durante una delle mie tante ricerche fatte su internet alcuni anni fa e veniva descritto come una delle cime più alte in assoluto da poter raggiungere quasi “comodamente’’, ovvero senza grosse tecnicità alpinistiche, se non nel tratto finale che conduce alla vetta, dove è necessaria un po’ di arrampicata esposta su corde fisse. L’alta quota e l’alpinismo in generale, da sempre, mi affascinano, anche se ho dovuto tenerli a debita distanza per via della mia disabilità e dei rischi che comportano tali discipline dovendole per necessità praticare con un unico arto superiore.
Insomma, già anni fa mi ero intestardito nel volerlo salire da solo, ma poi mi si è parata davanti l’infattibilità del progetto, considerando il tempo davvero minimo che avevo a disposizione, la logistica ambiziosa, le distanze enormi da dover coprire per l’avvicinamento e i materiali che avrei dovuto trasportare sulle mie spalle. Per non parlare della mia inesperienza e dell’evidente pericolo al quale mi sarei esposto nel salire da solo. Quest’anno ho allora deciso di prendere parte alla spedizione organizzata da Luca Montanari, mio amico e Guida Alpina (già guida di Andrea Lanfri sull’Everest, ndr). Nonostante il viaggio fosse praticamente organizzato, rappresentava comunque per me un buon banco di prova in cui potermi muovermi su altezze davvero considerevoli pur restando in condizioni di discreta sicurezza e procedendo per gradi.
Nelle settimane immediatamente precedenti alla salita abbiamo effettuato un acclimatamento che prevedeva l’ascesa di altre vette interlocutorie: un paio di Cinquemila e un Seimila. Il campo base era a 4.300 metri, a Laguna Verde. Per il tentativo alla vetta siamo però partiti dal rifugio Tejos, ad una quota di 5.780 metri di quota, intorno a mezzanotte, e ci abbiamo messo una decina di ore per salire e altre quattro a ridiscendere.
Ojos Saldado Expedition @archivio D.Matterazzo
Ojos Saldado Expedition @archivio D.Matterazzo
Ojos Saldado Expedition @archivio D.MatterazzoOltre alla vetta del vulcano, dove altro ti ha portato quest’avventura cilena?
Sicuramente molto più in là di quanto potessi immaginare. Più che una conquista di un punto specifico sulla mappa è stata una grande conquista interiore: un’esperienza davvero intima, profonda e stimolante che ricorderò per sempre e che spero un giorno di poter rivivere, anche in modalità differenti. Un’ulteriore prova e conferma che l’alpinismo d’alta quota, con le giuste accortezze e con i giusti professionisti al tuo fianco, può diventare inclusivo per molti.
Quali sono state le difficoltà maggiori e quali invece le soddisfazioni più grandi di questa spedizione?
Devo dire che molte delle difficolta vissute si sono trasformate, una volta superate, nelle soddisfazioni più grandi. In primis, per esempio, l’aver avuto la possibilità di confrontarmi con me stesso in un ambiente così estremo ed ostile, vivendo sensazioni ed esperienze corporee davvero nuove per me. Gestire il fiato corto, la sonnolenza, e i battiti a mille è stato difficile ma a lungo andare stimolante: si è trattato di un dialogo fra mente e corpo davvero intenso. A seguire, sicuramente, l’ultimo tratto di arrampicata, affrontata con un braccio solo e una maniglia jumar, che ha richiesto una precisione costante, resa complessa dal vento che soffiava imperterrito e dall’affaticamento generale che sentivo e subivo.
Ojos Saldado Expedition @archivio D.Matterazzo
Ojos Saldado Expedition @archivio D.MatterazzoQuanto ti hanno cambiato questi anni di avventure e spedizioni? Che cosa ti hanno insegnato o ti stanno ancora insegnando?
Ammetto di dover loro la vita. Questi anni di avventure e progetti sociali mi hanno cambiato e continuano a cambiarmi profondamente anno dopo anno. La montagna, cosi come i grandi areali nordici e lo sport generalmente inteso, sono stati abilissimi insegnanti, dai quali ho voluto attingere per riuscire a superare un periodo negativo che durava da oramai da troppi anni (la depressione dopo l’incidente in moto, che a 15 anni gli ha tolto l’uso del bracco sinistro, ndr). Tuttora, dopo aver superato quel momento, continuo su questa strada per passione e devozione. E sì, anche per solidarietà: da 5 anni a questa parte, ad ogni progetto, accompagno in parallelo una raccolta fondi per tematiche sociali diverse, perché credo che ogni traguardo personale abbia ancora più valore quando diventa un’occasione concreta per aiutare qualcun’altro.
n.d.r. L’obiettivo della spedizione questa volta era una raccolta fondi a favore della Cooperativa Sociale Magnolia di Piove di Sacco, un ente no profit che opera nella provincia di Padova offrendo servizi diurni e residenziali per persone adulte con disabilità fisiche, cognitive e psico-sensoriali.

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